L’orso Teo e la musica

Un pomeriggio d’estate, l’orso Teo saltellava, spensierato, fra i fiori variopinti di un immenso prato. Ad un tratto, la sua attenzione fu attratta da cinque fili luminosi che brillavano nel cielo. Nella valle, sette piccoli e strani esserini, giocavano a rincorrersi. Teo non aveva mai visto nulla del genere. “Ciao, amico orso…”. Teo trasali’ al suono di quella voce e, giratosi all’improvviso, vide una signora molto particolare, dalle forme arrotondate. “Sono la Chiave di Violino…”, continuò la signora, “Vorresti aiutarmi a compiere la mia missione?”. “Certo…”, rispose Teo, sempre contento di poter aiutare chiunque ne avesse bisogno. “Cosa posso fare per te?”. “Quegli esserini che vedi laggiù…”, continuò la signora Chiave, “Sono le sette note musicali. Il mio compito è quello di decidere, per ognuna di loro, un nome che le rappresenti. Inoltre, vorrei che divenisse amiche perché, solo collaborando e volendosi bene, potranno essere in grado di produrre musiche meravigliose”. Teo era un po’ perplesso e non capiva bene i discorsi della signora Chiave. “Quei fili luminosi che vedi brillare nel cielo, sono la loro casa. Si chiama Pentagramma. Ogni nota occupa una stanza e, solo comprendendo e rispettando le regole del vivere insieme, potranno interiorizzare i principi della musica e deliziare gli animi degli esseri umani”. Teo non sapeva esattamente cosa fosse la musica e, soprattutto, non avrebbe mai immaginato che ci volessero così tante regole da rispettare. Per lui non c’era suono più soave del soffio del vento che passava fra le chiome degli alberi o dello scroscio di una cascata di alta montagna. La signora Chiave lo distolse dai suoi pensieri, continuando a parlare: “La nota gialla, che vedi laggiù, è la più generosa del gruppo. Dona il suo aiuto alle altre e dona il suo tempo per ascoltare i loro problemi…”. “Un nome adatto per lei potrebbe essere DO, che significa dare…”, esclamò Teo, felice della sua scelta. La signora Chiave, soddisfatta, trasse dalla tasca un taccuino nero e una penna e, sulla prima pagina scrisse: “La nota gialla si chiamerà DO”. “La nota arancione…”, continuò la signora Chiave, “… è un po’ superba. Pensa di essere il re del Pentagramma, a cui tutto è dovuto e crede di non avere bisogno dell’aiuto delle altre per creare la musica”. “Potremmo chiamarla RE…”, disse Teo, “… E, sono sicuro che, conoscendo meglio le altre, si renderà presto conto di avere bisogno del loro aiuto”. Senza aggiungere nulla, la signora Chiave scrisse: “La nota arancione si chiamerà RE”. Ad un certo punto, l’attenzione dei due fu attratta dallo strano balbettio della nota verde che continuava a ripetere: “Mi, mi, mi, mi…”. Teo, perplesso, guardò la signora Chiave in cerca di spiegazioni. “La nota verde ha dei problemi di linguaggio. Non riesce a pronunciare correttamente le parole, ma soltanto qualche sillaba. Il suo cibo preferito è il miele e, quando ne ha voglia, si esprime come ora, ripetendo più volte la sillaba MI. Le sue compagne, ormai, la conoscono e l’accontentano immediatamente”, spiegò a Teo la signora Chiave, un po’ preoccupata per il futuro della piccola nota. Teo, che adorava il miele, forse più della nota verde, esclamo’: “Potremmo chiamarla MI, perché è una notina dolce come il miele e, sono sicuro che, vivendo con le altre, presto imparerà a parlare” . La signora Chiave, senza aggiungere nulla, prese il taccuino e scrisse:” La nota verde si chiamerà MI”. L’attenzione di Teo fu attratta dalla nota azzurra che continuava a muoversi, sorridendo. “La nota azzurra è la tutto-fare del gruppo. Lei fa il bucato, fa le faccende nel Pentagramma, fa ciò che le altre, a volte, non hanno voglia di fare…”, disse la signora Chiave a Teo che esclamò : “FA, è il nome giusto per lei”.,e la signora Chiave approvo’, scrivendo sul taccuino: “La nota azzurra si chiamerà FA”, e aggiunse: “Vedi la nota marrone? Il suo colore è un po’ scuro e si potrebbe pensare che anche il suo carattere lo sia. In realtà, ha un sorriso meraviglioso e molto solare. La chiamerei SOL, in onore del sole. Che ne dici, Teo?”. “È un nome bellissimo!”, rispose il nostro amico orso e, questa volta, fu lui a prendere il taccuino e a scrivere:” La nota marrone si chiamerà SOL”. La signora Chiave, a questo punto, contenta dei nomi che stavano scegliendo,, indicò a Teo la piccola nota rosa che era seduta su uno dei fili del Pentagramma ed era circondata da tanti uccellini colorati. “La nota rosa…”, disse, “… Non riesce a camminare, non ha forza sulle gambe e trascorre il suo tempo cantando degli inni alla natura”. Un meraviglioso “La, la, la, la…”, proveniva, infatti, dall’alto del Pentagramma. “Le altre note…, continuò la signora Chiave,” Le vogliono molto bene, ma hanno tanto da fare e, spesso, lei rimane sola”. Teo, rattristato, penso’ che LA, fosse il nome più adatto per la nota rosa e, di sua iniziativa,, certo che la signora Chiave avrebbe approvato, scrisse sul taccuino: “La nota rosa si chiamerà LA”. “Sono sicuro che, presto, con l’aiuto e l’ amore delle altre, anche la nota rosa riuscirà a camminare” , esclamò, ad un tratto Teo, mentre la signora Chiave si stava già concentrando sulla nota viola, l’ultima del gruppo. “La nota viola…”, disse la Chiave di Violino, “È molto gentile. Lei tende a rispondere” si” ad ogni richiesta, nei limiti del possibile, e tutti le vogliono un gran bene. Senza pensarci troppo, credo che SI, sia il nome più adatto per lei”. “La nota viola si chiamerà SI”. Il taccuino era completo e Teo e la signora Chiave, erano soddisfatti del loro lavoro. Per il nostro amico orso, era ormai giunto il momento di rimettersi in viaggio. Con un po’ di malinconia nel cuore, Teo si congedo’ dalla signora Chiave e dalle sette note musicali, con la promessa di ritrovarsi, l’estate successiva, in occasione del loro primo, grande concerto. Teo si allintano’ dalla valle del Pentagramma con una nuova certezza: “Per fare musica sono necessarie le regole, ma è fondamentale tanto amore, perché i suoni più belli li sprigiona il nostro cuore”

L’orso Teo e cara Caretta

Teo doveva sbrigarsi. Le uova stavano per schiudersi e non voleva perdere quello spettacolo per niente al mondo. Gliel’avevo descritto in tanti come bellissimo ed emozionante. Teo era giunto a Zante, una delle isole più belle dell’ arcipelago ellenico, a bordo di un traghetto. Ma gli esseri umani sono sempre in ritardo e, a Teo, non rimaneva che correre. Mesi prima, lungo le bianche spiagge della meravigliosa “isola verde”, le tartarughe Caretta Caretta avevano deposto le loro uova, scavando, con le loro zampe, delle piccole buche sulla sabbia. Quella notte, migliaia di uova si sarebbero schiuse e le tartarughine, seguendo un istinto naturale, si sarebbero precipitate verso l’orizzonte, gettandosi in mare, in braccio alla vita. Teo non poteva e non voleva mancare. Giunto sulla spiaggia, Teo si accovacciò vicino ad uno scoglio per non disturbare, appena in tempo per vedere i primi esserini verdi dirigersi verso l’acqua. Teo, pronto ad intervenire se qualche tartarughina si fosse trovata in difficoltà, osservava lo spettacolo con GRANDE partecipazione e curiosità. Ad un tratto si accorse che l’attenzione di una di loro era stata attratta da un gamberetto tutto rosa e, per questo aveva arrestato la sua corsa. Teo, si diresse subito verso di loro per tentare di risolvere la situazione. “Ciao tartarughina, sono l’orso Teo e volevo dirti che non dovresti essere qui, ma correre in acqua con le tue sorelline”. “Piacere amico orso, io mi chiamo Cara”, rispose la tartarughina, “… E lo so bene che il mio posto è il mare. Vorrei prima, però, conoscere il mondo, non vorrei perdere nulla, come l’amicizia con questo gamberetto. A proposito come ti chiami, caro amico?”. “Il mio nome è Luigi, piacere di conoscerti Cara”, rispose il gamberetto un po’ preoccupato dalla presenza di Teo che aggiunse: “Cara, devi rispettare il tuo corpo e la tua natura che ti spingono verso il mare. Se rimani ancora a lungo sulla spiaggia, non avrai molte possibilità di sopravvivere”. Una lacrima scese dagli occhi di Cara e Teo continuò : “Non devi preoccuparti. Se accetti il mare come parte di te, farai delle esperienze meravigliose che renderanno speciale la tua vita”. “Hai ragione Teo, il mio mondo è il mare, sei stato un angelo per me. Quando sarò diventata più grande e forte, forse ci rivedremo, perché i veri amici non si dimenticano. Addio Teo, addio Luigi…”. Cara raccolse le ultime forze e si diresse verso l’orizzonte, accompagnata da un’onda che la gettò, finalmente, in acqua. Ora una lacrima scendeva dagli occhi di Teo che, però, sapeva meglio di tutti, che ERA GIUSTO COSÌ

L’orso Teo e le stelle marine

Ogni giorno Teo camminava moltissimo. Amava farlo, ma poi, si riposava anche molto volentieri e, il suo posto preferito dove schiacciare un pisolino, era sempre all’ombra di un grande albero. Questa volta scelse un pino maestoso che sembrava proiettarsi verso il mare, dall’alto di una rupe massiccia. L’estate era agli sgoccioli, le giornate si erano accorciate molto e la temperatura, ancora gradevole, tendeva a raffreddarsi velocemente. Il riposo di Teo fu, infatti, interrotto da un forte vento e dal rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli. “Che strano!”, pensò Teo, “C’era un bel sole fino a poco fa…”. Uno strano vocio proveniente dalla spiaggia distolse Teo dai suoi pensieri e, curioso come al solito, si affacciò dalla rupe e vide uno spettacolo molto triste: la spiaggia sembrava aver cambiato colore per la presenza di tantissime stelle marine che, trascinate dalle onde, si dimenavano ora, sulla sabbia, prossime alla morte. Tanta gente guardava lo spettacolo con apprensione. Teo non sapeva cosa fare. Ad un tratto, dalla folla, sgusciò fuori un bambino che, raccolte tre piccole stelle marine, si precipitò a gettarle in acqua. Tornato sulla sabbia, ne raccolse un’altra e, un signore un po’ innervosito gli disse: “Piccolo, cosa credi di fare? Anche se resterai qui tutto il giorno, non riuscirai a cambiare le cose”. “Sto cambiando le cose per questa stellina”, rispose il bimbo, gettandola in acqua. L’uomo, compresa la lezione, iniziò a raccogliere le stelle dalla sabbia e così fecero anche tutti gli altri, facendo tornare, ben presto, la situazione alla normalità. Teo, che, naturalmente, aveva aiutato gli altri nella raccolta delle stelle, era felice e, soprattutto, emozionato per la grande lezione che quel piccolo bambino, con un semplice gesto, aveva dato a lui e a tutti gli altri: “Non serve essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Facendo, ognuno di noi, qualcosa nei limiti delle proprie possibilità, si può fare moltissimo per cambiare le cose”.

 

L’orso Teo e la rabbia

Nel corso dei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo, l’orso Teo aveva vissuto tante indimenticabili esperienze e aveva conosciuto amici che gli erano rimasti nel cuore. Lo scoiattolo Ciop era uno di questi. Era un animaletto carino, con una coda imponente, attorcigliata da un lato e lunga più del suo intero corpo. Ciop era, però, molto pigrone, sul finire dell’estate, mentre suo fratello Cip si dava da fare per raccogliere le provviste necessarie al letargo invernale, lui rimaneva per ore steso nei prati a godersi gli ultimi raggi di sole. Le prime piogge erano il segnale che il tempo era scaduto, che l’autunno era arrivato e che era quindi necessario chiudersi nelle proprie tane e dare inizio al lungo riposo che caratterizzava la stagione fredda. Erano quelli i momenti in cui Ciop si arrabbiava di più. Diventava tutto rosso, dalla sua bocca uscivano urla senza senso, rivolte soprattutto a suo fratello che non lo aiutava e il suo desiderio era quello di distruggere ogni cosa. L’orso Teo aveva incontrato per la prima volta Ciop durante una di queste sfuriate e, incurante della sua rabbia, gli si era seduto vicino e aveva iniziato a parlare: “Non sei arrabbiato con Cip, ma con te stesso, perché non hai provveduto per tempo a procurarti il necessario per il letargo. Tutti noi abbiamo una cosa nella pancia chiamata” rabbia”, ma disponiamo anche di una specie di bacchetta magica per non farla uscire e per far sì che non si impossessi del nostro corpo e della nostra testa. Se noi rispettiamo le regole che ci sono state insegnate e facciamo le cose con amore, saranno la felicità e la gioia, che si trovano vicino al cuore, a prendere il sopravvento e tutto andrà bene”. Terminato di parlare, l’orso Teo raccolse tutte le castagne e le noci che riuscì a trovare e, dopo averle sistemate nella tana dello scoiattolo, si allontanò, sicuro che Ciop avesse imparato la lezione. Lo scoiattolino, infatti, prima di addormentarsi fece una promessa a se’stesso: “D’ora in poi vivrò soltanto in compagnia di Gioia e di Felicità e, così, riuscirò sicuramente a sconfiggere la mia pigrizia. Grazie orso Teo.”

L’orso Teo e le stagioni

L’orso Teo amava il Polo Nord. In realtà non conosceva altro. Era cresciuto tra i ghiacci e il suo manto, di splendido pelo bianco, si confondeva tra le enormi distese di neve fresca. Trascorreva le sue giornate pescando, inseguendo le foche e scivolando sui laghi ghiacciati come fanno i bambini, con i loro slittino, durante l’inverno. Teo era sempre sorridente e gentile con tutti ma, nascondeva nel suo cuore un grande sogno che ancora non era riuscito a realizzare e, ogni volta che finiva per pensarci, i suoi occhi si velavano di lacrime. L’orso Teo voleva conoscere il mondo. Gli uccelli migratori gli avevano descritto paesaggi meravigliosi con alberi carichi di frutti succosa e prati verdi con fiori dai mille colori. In realtà Teo non aveva mai visto una foglia, figuriamoci se sarebbe riuscito ad immaginarsi un fiore. Una mattina all’alba, Teo prese “il coraggio a due mani” e, riempita di poche cose una vecchia valigia nera che apparteneva a suo nonno, si incamminò in quella che si sarebbe poi rivelata un’avventura entusiasmante: il suo viaggio alla scoperta del mondo. Strada facendo, Teo si accorse che la neve e il ghiaccio stavano lasciando il posto ad una soffice terra bruna, intervallati da alberi maestosi e ampie distese di vegetazione dalle diverse sfumature. Il suo incedere lento era accompagnato da uno strano scricchiolio e, ben presto, Teo si rese conto che, quelle che probabilmente erano foglie, si stavano staccando dai rami e cadevano per terra, coprendo l’intero sentiero. “Che strano!”, pensò fra se’ e se’, “Immaginavo le foglie verdi e piene di vita, mentre queste sembrano stanche, a terra, con sfumature che vanno dal marrone, al rosso, all’arancione…”. Teo non conosceva le stagioni. Stanco e affaticato dal lungo cammino, si sedette ai piedi di una grande quercia e si addormentò. All’improvviso fu svegliato dal solito scricchiolio e, aperti gli occhi, si trovò davanti uno strano animaletto, con il corpo completamente coperto di spini. Era il riccio Arturo che non si dava pace. “Ciao amico, posso esserti utile in qualche modo?”, esordì Teo, incuriosito ma anche un po’ impaurito dagli aculei del piccolo riccio. “Ciao straniero”, replicò Arturo, “Non so se potrai aiutarmi. Ormai l’autunno è arrivato e io dovrei essere in letargo già da un po’. Purtroppo, però, non sono riuscito a procurarmi le provviste necessarie per l’inverno e dovrò farlo in fretta, altrimenti non resisterò al freddo che sta per arrivare”. “Ti aiuterò io”, replicò Teo, preoccupato per la sorte del suo nuovo amico. “Qual è il tuo cibo preferito?”. “In fondo alla valle ci sono degli alberi con delle splendide mele rosse…”, rispose il riccio, incoraggiato dalla gentilezza di quello strano orso. “Quelle cadute per terra sono però già state prese dagli altri animali e io non riesco ad arrampicarmi per raccoglierle dai rami”. Appena Arturo ebbe terminato di parlare, Teo si precipitò nella valle e, arrampicatosi su un albero, fece cadere decine di mele, fra lo stupore e l’entusiasmo del piccolo Arturo. Nel frattempo il cielo si era coperto di grossi nuvoloni grigi che minacciavano pioggia e i due nuovi amici, stanchi ma felici, si diressero verso la tana di Arturo con un grosso carico di frutti prelibati. I due si salutarono promettendosi di rivedersi all’arrivo della bella stagione e… a Teo non rimase altro che rimettersi in viaggio. I giorni trascorrevano lenti e, in ogni istante, il nostro amico faceva scoperte entusiasmanti. In compagnia di Arturo aveva assaggiato una mela, “Squisita!”, ma poi aveva assaporato castagne, noci, uva… “Un vero ben di Dio!”. Si era anche imbattuto in un alveare custodito da api gelosissime del loro miele. Ma Teo era felice e, ben presto, il dolore dei pungiglioni sulla pelle era passato in secondo piano. L’inverno, con il suo clima rigido, era alle porte e Teo, passando di città in città e attraversando intere nazioni, si era accorto che gli uomini comunicavano in lingue incomprensibili, molto diverse l’una dall’altra. “Che bello sarebbe se uomini e animali riuscissero a dialogare utilizzando un’unica lingua universale”, pensava Teo fra sé e sé, mentre i primi fiocchi di neve cominciavano a scendere dal cielo. Un fiocco birichino era caduto proprio sul naso di Teo e, mentre si scioglieva, il nostro amico orso fu colto da un forte sentimento di nostalgia per la sua casa e per la sua terra di ghiaccio. La tristezza durò soltanto un attimo e Teo si rimise subito in cammino, saltellando sul manto bianco che stava già coprendo ogni cosa. L’inverno proseguiva lento, con il suo carico di gelo. Il giorno di Natale, a notte fonda, Teo, che stava ancora camminando, trasalì sentendosi chiamare a gran voce. “Teo, Teo! Ma cosa ci fai qui?… Sono quassù…”. Teo, perplesso, guardò in alto e, con grandissimo stupore, riconobbe Babbo Natale, alla guida della sua slitta. L’orso Teo, in compagnia del suo vecchio amico, trascorse una notte meravigliosa, rendendo felici tutti i bambini del mondo. All’alba, Teo si congedò da Babbo Natale e riprese il suo viaggio, saltellando fra la neve fresca. I giorni trascorrevano veloci, pieni di stimoli e tante cose nuove da imparare. Ad un tratto Teo, come risvegliato da un sogno, si accorse che sugli alberi la neve si stava sciogliendo, lasciando spazio a tenere foglioline verdi. Una piccola farfallina colorata distrasse Teo dai suoi pensieri: “Ciao, chi sei?”, chiese Teo, felice di conoscere ancora qualcuno. “Sono la farfallina Lea e sono qui per annunciare a tutti l’arrivo della Primavera. Vieni con me, ti faccio vedere.” Teo, curioso, seguì Lea su un grande prato, pieno di fiori dai mille colori. Teo era estasiato e cominciò a correre, rotolando tra i fiori, pieno di gioia. Terminate le sue acrobazie, si guardò intorno e vide Lea che si allontanava, svolazzando di fiore in fiore. “Ciao amico orso, devo andare, devo portare a termine la missione per cui sono nata e cioè comunicare a tutti il risveglio della natura, con l’arrivo della bella stagione!!”. “Ciao piccola Lea, grazie del bel regalo che mi hai fatto”, rispose Teo, un po’ triste per aver già perso la sua nuova amica. Il nostro orso riprese il suo cammino, rimuginando su quanto la vita fosse strana, ma bellissima. “Non sempre riusciamo ad avere ciò che desideriamo, ma se lasciamo aperto il nostro cuore, ci giungono doni che neanche immaginavamo di poter meritare”. Il viaggio di Teo procedeva lento e il pallido sole primaverile stava lasciando il posto a raggi sempre più caldi e carichi di umidità. “C’è un nuovo cambiamento nell’aria”, pensava Teo fra sé e sé”, ma non capiva bene di cosa si trattasse. Ad un tratto la sua attenzione fu attirata da alcuni bambini che si stavano lanciando in mare dagli scogli. Ridevano e si divertivano molto e Teo, dai loro discorsi, captò una nuova parola: ” ESTATE”. “Si tratterà della quarta stagione, l’ultima che mi mancava di conoscere”, pensò Teo, “Forse è giunto il momento di tornare a casa. Il mondo è bellissimo, ho conosciuto tantissimo, ma devo rispettare il mio corpo e la mia natura. Sono nato per vivere fra i ghiacci, non potrei resistere in questo caldo…” e si incamminò felice verso il Polo Nord.

L’orso Teo e la diversità

L’orso Teo viveva al Polo Nord ma, pur amando moltissimo la sua terra di ghiaccio, era sempre in giro intorno al mondo. Una volta, di ritorno dall’Africa, si era imbattuto in un piccolo elefante, un po’ strano, di nome Cristoforo. Aveva le orecchie più larghe rispetto ai suoi simili e un grande sogno: imparare a volare. Ogni giorno si arrampicava su una rupe piuttosto alta e, muovendo velocemente le sue grandi orecchie, si gettava nel vuoto, sicuro che prima o poi ce l’avrebbe fatta. Tutte le volte, pero’: ” Ponft!!”, si ritrovava steso per terra, con il corpo pieno di lividi. Ma Cristoforo non si dava per vinto e continuava ad esercitarsi per realizzare il suo sogno. Per giunta, la sua migliore amica era una delicata farfallina rosa di nome Lilly a cui continuamente chiedeva consigli per riuscire nella sua impresa. Per lei era così semplice volteggiare nell’aria e Cristoforo avrebbe voluto con tutte le sue forze, avere un corpo armonioso come il suo. I due animali si volevano un gran bene, ma l’elefantino non riusciva ad accettare la loro diversità. Un giorno Lilly, stufa di trascorrere ore e ore nei pressi della rupe, ad aspettare che il suo amico si stancasse di gettarsi nel vuoto, invece di giocare insieme, lo invitò a sedersi per parlare un po’. – “Chiudi gli occhi Cristoforo…”, esordì Lilly con dolcezza. “… Non riesci a volare perché il tuo corpo è molto pesante, ma puoi fare cose che io non potrò mai fare: come camminare. Capisco che il tuo sogno è quello di toccare le nuvole e inseguire gli uccelli… Potrai farlo con la fantasia…” Cristoforo non ci aveva mai pensato e, in fretta, si convinse che la sua amica avesse proprio ragione. La fantasia lo avrebbe portato ovunque avesse desiderato. Da quel giorno l’elefantino non si avvicinò più alla rupe e trascorse giornate meravigliose in compagnia della sua bellissima amica Lilly. L’orso Teo si commosse molto nel vedere il volto di Cristoforo tornare a sorridere e decise che avrebbe raccontato questa storia a tutti i bambini del mondo. “Siamo tutti diversi e, per questo, speciali:la fantasia è la nostra arma vincente per realizzare anche i sogni impossibili”

L’Orso Teo e il Tempo

L’orso Teo, da diversi anni ormai, viaggiava intorno al mondo. Era diventato un esperto conoscitore di luoghi e territori e i cambiamenti climatici, non avevano, per lui, nessun segreto. Solo in una cosa aveva ancora delle enormi difficoltà : capire gli uomini. Adorava i bambini, erano molto simili a lui ma, una volta divenuti adulti, si trasformavano negli “animali” più strani dell’intero pianeta. C’era un oggetto che loro utilizzavano, uguale in ogni parte del mondo. Lo chiamavano “orologio”, e Teo non riusciva a capirne proprio l’utilizzo e neanche lo scopo. Gli avevano spiegato che era molto importante per permettere, ad esempio, a due amici di incontrarsi ad una certa ora. Lui, però, gli amici li vedeva quando ne avvertiva l’esigenza e, puntualmente, spuntava qualcuno con cui giocare. Continuava a non capire. Gli uomini parlavano di anni, mesi, giorni e ore… Lui, invece, si sentiva parte di un sistema in perfetto equilibrio, in cui ogni “essere” compiva in modo naturale la sua missione di vita. A Teo bastava questo per essere felice.. Proprio non capiva… Una vecchina dal viso dolce, distolse Teo dai suoi pensieri. “Perché sei così cupo?”, chiese la donna allo strano orso. “Sto pensando al tempo…”, rispose Teo, felice di poter parlare con una nonna. I vecchi e i bambini gli piacevano molto. “Giovane amico…”, riprese la vecchina, “… Il segreto della felicità, consiste proprio nel non pensare al tempo e gli uomini l’hanno dimenticato. Solo i bambini lo sanno ma poi, crescendo, lo dimenticano e iniziano i problemi…”. “Come posso fare ad aiutare i bambini a non dimenticarlo più?”, chiese Teo, incuriosito da quei discorsi. “Devi far tuo questo concetto e impegnarti a non dimenticarlo, tu per primo. Vedrai che poi, anche per gli altri sarà più facile vivere in questo modo…”, rispose la vecchina allontanandosi e lasciando Teo più che perplesso. Erano discorsi difficili per il nostro amico orso che riprese il suo viaggio con una strana canzoncina che gli risuona a nella testa:” Qui e ora, qui e ora, qui e ora sono felice, la, la, la, la la… ‘