L’orso Teo e le stagioni

L’orso Teo amava il Polo Nord. In realtà non conosceva altro. Era cresciuto tra i ghiacci e il suo manto, di splendido pelo bianco, si confondeva tra le enormi distese di neve fresca. Trascorreva le sue giornate pescando, inseguendo le foche e scivolando sui laghi ghiacciati come fanno i bambini, con i loro slittino, durante l’inverno. Teo era sempre sorridente e gentile con tutti ma, nascondeva nel suo cuore un grande sogno che ancora non era riuscito a realizzare e, ogni volta che finiva per pensarci, i suoi occhi si velavano di lacrime. L’orso Teo voleva conoscere il mondo. Gli uccelli migratori gli avevano descritto paesaggi meravigliosi con alberi carichi di frutti succosa e prati verdi con fiori dai mille colori. In realtà Teo non aveva mai visto una foglia, figuriamoci se sarebbe riuscito ad immaginarsi un fiore. Una mattina all’alba, Teo prese “il coraggio a due mani” e, riempita di poche cose una vecchia valigia nera che apparteneva a suo nonno, si incamminò in quella che si sarebbe poi rivelata un’avventura entusiasmante: il suo viaggio alla scoperta del mondo. Strada facendo, Teo si accorse che la neve e il ghiaccio stavano lasciando il posto ad una soffice terra bruna, intervallati da alberi maestosi e ampie distese di vegetazione dalle diverse sfumature. Il suo incedere lento era accompagnato da uno strano scricchiolio e, ben presto, Teo si rese conto che, quelle che probabilmente erano foglie, si stavano staccando dai rami e cadevano per terra, coprendo l’intero sentiero. “Che strano!”, pensò fra se’ e se’, “Immaginavo le foglie verdi e piene di vita, mentre queste sembrano stanche, a terra, con sfumature che vanno dal marrone, al rosso, all’arancione…”. Teo non conosceva le stagioni. Stanco e affaticato dal lungo cammino, si sedette ai piedi di una grande quercia e si addormentò. All’improvviso fu svegliato dal solito scricchiolio e, aperti gli occhi, si trovò davanti uno strano animaletto, con il corpo completamente coperto di spini. Era il riccio Arturo che non si dava pace. “Ciao amico, posso esserti utile in qualche modo?”, esordì Teo, incuriosito ma anche un po’ impaurito dagli aculei del piccolo riccio. “Ciao straniero”, replicò Arturo, “Non so se potrai aiutarmi. Ormai l’autunno è arrivato e io dovrei essere in letargo già da un po’. Purtroppo, però, non sono riuscito a procurarmi le provviste necessarie per l’inverno e dovrò farlo in fretta, altrimenti non resisterò al freddo che sta per arrivare”. “Ti aiuterò io”, replicò Teo, preoccupato per la sorte del suo nuovo amico. “Qual è il tuo cibo preferito?”. “In fondo alla valle ci sono degli alberi con delle splendide mele rosse…”, rispose il riccio, incoraggiato dalla gentilezza di quello strano orso. “Quelle cadute per terra sono però già state prese dagli altri animali e io non riesco ad arrampicarmi per raccoglierle dai rami”. Appena Arturo ebbe terminato di parlare, Teo si precipitò nella valle e, arrampicatosi su un albero, fece cadere decine di mele, fra lo stupore e l’entusiasmo del piccolo Arturo. Nel frattempo il cielo si era coperto di grossi nuvoloni grigi che minacciavano pioggia e i due nuovi amici, stanchi ma felici, si diressero verso la tana di Arturo con un grosso carico di frutti prelibati. I due si salutarono promettendosi di rivedersi all’arrivo della bella stagione e… a Teo non rimase altro che rimettersi in viaggio. I giorni trascorrevano lenti e, in ogni istante, il nostro amico faceva scoperte entusiasmanti. In compagnia di Arturo aveva assaggiato una mela, “Squisita!”, ma poi aveva assaporato castagne, noci, uva… “Un vero ben di Dio!”. Si era anche imbattuto in un alveare custodito da api gelosissime del loro miele. Ma Teo era felice e, ben presto, il dolore dei pungiglioni sulla pelle era passato in secondo piano. L’inverno, con il suo clima rigido, era alle porte e Teo, passando di città in città e attraversando intere nazioni, si era accorto che gli uomini comunicavano in lingue incomprensibili, molto diverse l’una dall’altra. “Che bello sarebbe se uomini e animali riuscissero a dialogare utilizzando un’unica lingua universale”, pensava Teo fra sé e sé, mentre i primi fiocchi di neve cominciavano a scendere dal cielo. Un fiocco birichino era caduto proprio sul naso di Teo e, mentre si scioglieva, il nostro amico orso fu colto da un forte sentimento di nostalgia per la sua casa e per la sua terra di ghiaccio. La tristezza durò soltanto un attimo e Teo si rimise subito in cammino, saltellando sul manto bianco che stava già coprendo ogni cosa. L’inverno proseguiva lento, con il suo carico di gelo. Il giorno di Natale, a notte fonda, Teo, che stava ancora camminando, trasalì sentendosi chiamare a gran voce. “Teo, Teo! Ma cosa ci fai qui?… Sono quassù…”. Teo, perplesso, guardò in alto e, con grandissimo stupore, riconobbe Babbo Natale, alla guida della sua slitta. L’orso Teo, in compagnia del suo vecchio amico, trascorse una notte meravigliosa, rendendo felici tutti i bambini del mondo. All’alba, Teo si congedò da Babbo Natale e riprese il suo viaggio, saltellando fra la neve fresca. I giorni trascorrevano veloci, pieni di stimoli e tante cose nuove da imparare. Ad un tratto Teo, come risvegliato da un sogno, si accorse che sugli alberi la neve si stava sciogliendo, lasciando spazio a tenere foglioline verdi. Una piccola farfallina colorata distrasse Teo dai suoi pensieri: “Ciao, chi sei?”, chiese Teo, felice di conoscere ancora qualcuno. “Sono la farfallina Lea e sono qui per annunciare a tutti l’arrivo della Primavera. Vieni con me, ti faccio vedere.” Teo, curioso, seguì Lea su un grande prato, pieno di fiori dai mille colori. Teo era estasiato e cominciò a correre, rotolando tra i fiori, pieno di gioia. Terminate le sue acrobazie, si guardò intorno e vide Lea che si allontanava, svolazzando di fiore in fiore. “Ciao amico orso, devo andare, devo portare a termine la missione per cui sono nata e cioè comunicare a tutti il risveglio della natura, con l’arrivo della bella stagione!!”. “Ciao piccola Lea, grazie del bel regalo che mi hai fatto”, rispose Teo, un po’ triste per aver già perso la sua nuova amica. Il nostro orso riprese il suo cammino, rimuginando su quanto la vita fosse strana, ma bellissima. “Non sempre riusciamo ad avere ciò che desideriamo, ma se lasciamo aperto il nostro cuore, ci giungono doni che neanche immaginavamo di poter meritare”. Il viaggio di Teo procedeva lento e il pallido sole primaverile stava lasciando il posto a raggi sempre più caldi e carichi di umidità. “C’è un nuovo cambiamento nell’aria”, pensava Teo fra sé e sé”, ma non capiva bene di cosa si trattasse. Ad un tratto la sua attenzione fu attirata da alcuni bambini che si stavano lanciando in mare dagli scogli. Ridevano e si divertivano molto e Teo, dai loro discorsi, captò una nuova parola: ” ESTATE”. “Si tratterà della quarta stagione, l’ultima che mi mancava di conoscere”, pensò Teo, “Forse è giunto il momento di tornare a casa. Il mondo è bellissimo, ho conosciuto tantissimo, ma devo rispettare il mio corpo e la mia natura. Sono nato per vivere fra i ghiacci, non potrei resistere in questo caldo…” e si incamminò felice verso il Polo Nord.

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